“Ancora qui a domandarsi e a far finta di niente
come se il tempo per noi non costasse l’ uguale,
come se il tempo passato ed il tempo presente
non avessero stessa amarezza di sale.Tu non sai le domande, ma non risponderei
per non strascinare parole in linguaggio d’azzardo;
eri bella, lo so, e che bella che sei,
dicon tanto un silenzio e uno sguardo…Se ci sono non so cosa sono e se vuoi
quel che sono o sarei, quel che sarò domani,
non parlare non dire più niente, se puoi,
lascia farlo ai tuoi occhi, alle mani…Non andare. Vai. Non restare. Stai. Non parlare. Parlami di te…”
Canzone delle domande consuete, Francesco Guccini
Oggi mi sento un po’ così.
Anna, 11.III.2008

questo disegno di schiele e’ stato il mio avatar per tanto tempo. ti capisco.
però io penso… tanto lo sai che rompo sempre… una bella canzone quella di guccini. ma sempre un modo di citare altri, altri che ci invitano a guardarci l’ombelico, e che si fanno complici di questo abbassamento di orizzonte psicologico che non fa il paio con l’altezza di quello ideologico che tu hai sempre ogni volta che scrivi. E se l’ombelico fosse.. un indizio ? Prova a considerarlo così: un piccolo buchino in mezzo alla pancia, che se guardato in continuazione diventa una voragine. Segno fisico e sfumato di ciò a cui rimanda interiormente. Una voragine. Ma vorrei spiegarmi. Non una voragine tua. Una voragine nostra. Noi siamo la nostra fame e quindi siamo il nostro vuoto del cibo che ci manca. Una parte del pianeta muore di fame fisica, l’altra di fame di senso. Riconoscere questa seconda è assai più difficile che riconoscere la prima. E allora penso… ma se smettessimo di citare canzoni di altri, se facessimo parlare il vuoto del nostro ombelico con parole nostre ? Se conoscessimo davvero la nostra voce parlando, provando, dicendo… ? Mah. Sai che ti dico amica mia ? Non lo so neanch’io…
Questo spunto mi piace.
E credo tu abbia ragione, perche’ e’ vero che troppo spesso mi adagio sul gia’ detto, gia’ visto, gia’ scritto: forse perche’ e’ piu’ semplice, in un certo qual modo e’ come se mi dicesse “non e’ solo affar tuo, capita a tutti”. E quindi ridimensiona i contorni di quel che sento: rimane una condizione mia, ma comune ad altri.
C’e', credo, una doppia lettura: da una parte la consolazione del non sentirmi sola di fronte a un pensiero. La versione poetica del piu’ prosaico “mal comune, mezzo gaudio”.
Dall’altra, pero’, non mi permette di superar nulla, perche’ mi fa rimanere in osservazione di qualcosa di fermo, immortalato nelle parole o nelle immagini statiche fissate da altri.
E invece la vita ha bisogno di movimento, di superamento di quel che e’ l’oggi e di creativita’. Oltre a una dose abbondante di speranza, che altrimenti siamo tutti fermi al palo a guardarci un ombelico che sembra ancora piu’ piccino.
Il movimento, dentro e fuori di noi, ha bisogno a sua volta di energia.
E non sempre di quella ce n’e’ in abbondanza…
Ciao!
Anna