Ho cominciato a frequentare via Padova molti anni fa, avevo appena 17 anni e vedevo il ponte della ferrovia come fossero le colonne d’Ercole; raramente mi capitava di passare dall’altra parte, eccezion fatta per il Parco Lambro e la tangenziale. Poi il destino, la Provvidenza e l’unione di due gruppi scout mi han portato “di là”…
Durante il mio momento pennacchiano mi sono sentita al centro di una Belleville milanese e insieme al centro del mondo: algerini, tunisini, marocchini, peruviani, filippini, egiziani e l’elenco delle nazionalità è ancora lungo.
Oggi sento che questo quartiere è un pezzetto di me: non ho casa qui, ma qui mi sento a casa.
L’apertura che don Piero ha sempre concretamente manifestato nei confronti del quartiere, della sua gente, delle bellezze e dei problemi di queste strade e di queste case mi ha conquistata.
“Questo – ho sempre pensato – è il modo di vivere qui. O così, o niente“.
E io ho deciso che sarebbe stato così.
Ieri sera cena al Centro Islamico, ospiti dell’associazione e della comunità.
Insieme ai ragazzi del Clan, a qualche altro Capo con me e Davide, e insieme a un nutrito gruppo di persone della Parrocchia.
Il ringraziamento di don Piero a chi ci accoglieva è stato illuminante:
“Grazie per questo invito, ora mi sento più libero.
E’ bello per noi invitarvi e aprirci a voi, ma ora che siamo noi vostri ospiti mi sento più alla pari, in un rapporto che mi fa stare meglio.”
Ho mangiato cous cous e agnello, riso e verdure, zuppa di grano e carne arrostita.
Ho parlato tutta la serata con Fatima e Soraya di università e di cucina, della riforma Gelmini e delle classi speciali per gli stranieri, dei compiti dei bimbi e del pericolo dei ghetti; ho riso dietro a Shadi, Mohamed e Osama, in lacrime disperate per aver perso il suo orologio fra i tappeti della moschea che ospitava la nostra cena.
Abbiamo percepito che tutti eravamo impegnati e determinati a realizzare una bella serata: ci siamo mescolati per non lasciar le donne separate dagli uomini e loro si sono volutamente mescolate in ogni tavolo per raccontare dei piatti che avevano preparato, per presentarci i loro bambini, per raccontarci del loro lavoro in negozio, in università, a casa. Larghi sorrisi e parole di riconoscenza da entrambe le parti, grazie per essere venuti e grazie per averci invitati. Hanno cercato di farci sentire a nostro agio in ogni modo, cucinando mille specialità e perfino permettendoci di non togliere le scarpe e di non coprire il capo: e noi abbiamo lasciato a casa il vino doc e portato ottima frutta e dolci per tutti.
L’integrazione sa rispettare le identità e le differenze, permette a ciascuno di crescere e di realizzarsi, non toglie spazio, ma anzi lo amplia, come amplia gli orizzonti personali e culturali, la capacità di osservazione, la coscienza di sé.
Incontrare qualcuno che si percepisce diverso da sé richiede di chiedersi di più rispetto al proprio essere.
Forse è proprio questo che fa paura.
Gli stranieri non sono una minaccia, sono una risorsa.
Ci vuole coraggio per aprirsi agli stranieri, perché per prima cosa occorre aprirsi a se stessi, illuminare le proprie zone d’ombra, guardare da vicino le proprie paure.
Anna, 18.X.2008

Cara Sca’, che bell’esperienza! Un abbraccio, p.
Si’, molto bella, son d’accordo!
E ora il post é diventato un articolo per il giornale della Parrocchia, rimesso a posto a quattro mani con un mio rover, per raccontare anche a chi non c’era un po’ del clima che abbiamo respirato quella sera.
Il quartiere è diviso, la Parrocchia e la sua gente sono divise, non c’e’ una facile comunione e sarebbe superficiale proporre una visione “rose e fiori”.
Eppero’… eppero’ e’ da queste esperienze che si possono scrivere capitoli diversi della Storia che vivrà il quartiere.
E tutta la sua gente, confidando di poter colmare le distanze che ci separano.
A.
Sì poi fra l’altro bisogna sempre pensare all’alternativa. Perché l’alternativa adesso è davvero la morte. O si convive o si muore. molto bello quello che fate. gio.
saremo tutti stranieri sin quando non considerermo gli stranieri una risorsa