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Archive for novembre 2007

Domande consuete

Ancora qui a domandarsi e a far finta di niente
come se il tempo per noi non costasse l’uguale,
come se il tempo passato ed il tempo presente
non avessero stessa amarezza di sale.
Tu non sai le domande, ma non risponderei
per non strascinar le parole in linguaggio d’azzardo;
eri bella, lo so, e che bella che sei;
dicon tanto un silenzio e uno sguardo.
Se ci sono non so cosa sono e se vuoi
quel che sono o sarei, quel che sarò domani.
Non parlare non dire più niente se puoi,
lascia farlo ai tuoi occhi alle mani.
Non andare. Vai. Non restare. Stai.
Non parlare. Parlami di te.
Tu lo sai, io lo so, quanto vanno disperse,
trascinate dai giorni come piena di fiume
tante cose sembrate e credute diverse
come un prato coperto a bitume.
Rimanere così annaspare nel niente,
custodire i ricordi, carezzare le età,
é uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente
del diritto alla felicità
Se ci sei, cosa sei? Cosa pensi e perche’?
Non lo so, non lo sai; siamo qui o lontani?
Esser tutto, un momento, ma dentro di te.
Aver tutto, ma non il domani.

Canzone delle domande consuete, di Francesco Guccini

Mi piacciono le storie, mi ci appassiono perché è come se riuscissi a viverle per un tratto, laddove sono raccontate o scritte in modo così profondo da arpionarsi all’anima mia che sta leggendo.
Non ho voglia di scrivere una storia, non mi sembra il caso di occuparmi di storie altrui. Non è il momento, anche perché userei questo pretesto per far chiarezza sulla storia mia, e non lascerei spazio ad altro.

Anna, 29.XI.2007

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Sono emozionata al pensiero di poter finalmente leggere questa storia, come se mi permettessero di accedere a un luogo inviolato.
Volutamente me ne sono tenuta lontana, ne avevo già letto una scena, sapevo a grandissime linee i contorni della storia, la sfida dell’apnea, i luoghi della Liguria tutt’attorno. Niente di più.

L’ho letta d’un fiato.  Tutta, dall’inizio alla fine.

E’ successa una cosa che non mi aspettavo: ho visto alcune scene.
Non tutte, ma alcune in modo così vivo da sorprendermi.
Non ho dato un volto ai personaggi, non sono riuscita a farmi aiutare dal dettaglio delle descrizioni fisiche se non in qualche situazione, però mi sono accorta di avere la testa popolata da immagini più che da parole.

Mi sono sentita ora sulla spiaggia a guardare un’ambulanza, ora con la testa sott’acqua, ora di fronte a disegni senza un senso apparente, ora  in una cella frigorifera, ora in ginocchio a piangere o in una corsia d’ospedale.

In tensione, dall’inizio alla fine. Senza capire, ma con l’urgenza di arrivare fino all’origine di una paura che sa di antico, ma che è radicata nel presente. Per capire. A me, cui piace mettere in fila le cose per leggerle alla luce della chiarezza, il rigore di Giovanni consola. Mi dice che forse si può capire, se si vuole. Forse.
O almeno… in taluni casi si può accedere al senso ultimo della paura, riducendo i gesti del presente e ricollocandoli in prospettiva. Spesso, come scriveva quel tale, ogni cosa è illuminata dalla luce del passato.

Soffrire perché l’altro non capisce, e agisce in modo totalmente altro da quel che ti darebbe sollievo. Non essere capace di chiedere, per paura forse di non ottenere o forse perché ricevere senza chiedere rende conto della bellezza del capirsi senza dirsi.
E’ doloroso ammettere e dirlo a sé, non è umano chiedersi di farne partecipi altri.

Tutto sembra chiaro a chi sa. Tutto appare confuso a chi non sa. Di più, niente appare a chi non sa. E anche segni chiari di una spiegazione vengono disattesi perché non si è pronti a riceverli, non se ne comprende il significato perché nemmeno se ne intuisce l’esistenza.

Eppure basta avere la chiave per aprire il primo portone, per accorgersi di quante porte è disseminata una relazione. A quanti spiragli si è passati di fronte distratti.
Tutto ha un senso, se si comprende che il senso va cercato in ogni azione.

E la Verità si dispiega al vento con asciutta semplicità.
Tutto chiaro.

Anna, 28.XI.2007

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O fortuna

O Fortuna, velut Luna statu variabilis, semper crescis aut decrescis;
vita detestabilis nunc obdurat et nunc curat ludo mentis aciem,
egestatem potestatem dissolvit ut glaciem.
Sors immanis et inanis rota tu volubilis status malus
vana salus semper dissolubilis,

obumbrata et velata mihi quoque niteris;
nunc per ludum dorsum nudum fero tui sceleris.
Sors salutis et virtutis mihi nunc contraria
est affectus et defectus semper in angaria.
Hac in hora sine mora cordum pulsum tangite;
quod per sortem sternit fortem mecum omnes plangite!
Carmina Burana, musicati da Carl Orff

Fortuna - Carmina Burana

Quando sento questo carme penso a Edo.
E un po’ anche a Beppe Grillo, che lo aveva scelto come introduzione a uno spettacolo di mille anni fa: un ingresso quasi apocalittico, con tuoni e fulmini ad accompagnarlo, coperto da un saio di juta grezza.
Edo lo interpreta a modo suo, ho in mente il suo spartito con me che estasiata leggo finalmente le parole di un canto che mi sembrava emissione di suoni senza logica, anche se molto emozionante da ascoltare.

Chissà perché stasera m’é venuto in mente tutto questo.
Non riesco a spiegarmelo.
Eppure c’é un senso per tutto, anche se non lo trovo immediatamente.

Tante cose da fare. Troppe. Vado.

Anna, 26.XI.2007

P.S. io mi tengo la traduzione sottomano…

O Fortuna, cangi di forma come la luna, sempre cresci o cali; l’odiosa vita ora abbatte ora conforta a turno le brame della mente, dissolve come ghiaccio miseria e potenza. Sorte possente e vana, cangiante ruota, maligna natura, vuota prosperità che sempre si dissolve, ombrosa e velata sovrasti me pure; ora al gioco del tuo capriccio io offro la schiena nuda. Le sorti di salute e di successo ora mi sono avverse, tormenti e privazioni sempre mi tormentano. In quest’ora senza indugio risuonino le vostre corde; come me piangete tutti: a caso ella abbatte il forte!

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Titanio

Felice sta verniciando un armadio in cucina quando la piccola Maria lo nota e inizia a fargli domande. Affascinata dal lavoro dell’omone chiede che cosa sia quella strana vernice: titanio. L’uomo si accorge che Maria vorrebbe toccare e disegna per terra un cerchio attorno alla bambina.
A lavoro concluso la libera cancellando il cerchio.

Breve riassunto di Titanio, racconto tratto da “Il Sistema Periodico” di Primo Levi – Torino, 1975

Anna, 23.XI.2007

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L’ozio, che voglia…

Fuori piove, il buio arriva a merenda e quando torno a casa fa freddo.
Eppure ho voglia di stare in casa. Ho voglia di oziare, di restare sotto il piumone caldo a leggere un libro, di gironzolare per casa mettendo a posto pian piano il delirio che la contraddistingue (per fortuna è piccina, altrimenti non so come farei…), di avere pochi pensieri e di cullare con calma solo quelli.

Ho voglia di stare da sola, di godermi un regalo, di bere un caffé bollente, di staccare il telefono e di stare in silenzio ad ascoltare un piano.

Anna, 22.XI.2007

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Amore e morte

A questo oggi ho pensato. All’amore e alla morte.
Ne era piena la Chiesa, dell’uno e dell’altra. Eppure non dovrebbero abitare gli stessi luoghi, o almeno nessuno di noi vorrebbe vederli insieme.
Eppure…

Eppure accade, accade che la vita possa cambiare dall’oggi al domani, che tutto ciò che eri tu non lo sia più, che ciò che avevi se ne vada in un tempo così breve da sembrarti un incubo, che la vita che hai condotto fino a ieri oggi sia diversa. Radicalmente diversa.

Succede ad altri, e tu rimani immobile a osservare. Attonita, commossa, muta.
Muta di fronte a un dolore incommensurabile, e che ancora non ha fatto i conti con il futuro, con ciò che accadrà domani quando quel che è l’incredulità di oggi diverrà la realtà del quotidiano. Di domani, dopodomani, e dei giorni a venire.

Quando ho saputo della morte di questa mamma, mi é subito venuta in mente Giuliana. E il testo di Peguy che aveva chiesto fosse letto il giorno dei suoi funerali.
Oggi in Chiesa ho sentito quella stessa preghiera.

Sono nella stanza accanto
di Charles Peguy

L’amore non svanisce mai.
La morte non è niente,
io sono solo andato nella stanza accanto.
Io sono io. Voi siete voi.
Ciò che ero per voi lo sono sempre.
Datemi il nome che mi avete sempre dato.
parlatemi come mi avete sempre parlato.
Non usate un tono diverso.
Non abbiate un’aria solenne o triste.
Continuate a ridere di ciò che ci faceva ridere insieme.
Sorridete, pensate a me, pregate per me.
Che il mio nome sia pronunciato in casa come lo è sempre stato,
senza alcuna enfasi, senza alcuna ombra di tristezza.
La vita ha il significato di sempre.
Il filo non si è spezzato.
Perchè dovrei essere fuori dai vostri pensieri?
Semplicemente perchè sono fuori dalla vostra vista?
Io non sono lontano, sono solo dall’altro lato del cammino.

Anna, 20.XI.2007

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Val Codera o Polo Nord?

E’ una valle chiusa, il sole la scalda con dolcezza solo quando riesce a fare capolino fra le montagne che la circondano. La Val Codera è così, e a novembre il freddo è pungente come in alta quota. Ci si scalda solo camminando, non puoi star ferma, è quasi una metafora della vita.

Siamo saliti fino all’Avedee di buon passo, affrontando l’interminabile sequenza di scalini che sembra davvero non avere fine. E poi l’abbiamo vista in lontananza, ad aspettarci quieta e silenziosa come una sorella paziente: nel buio intenso si distinguevano chiaramente le luci di Codera, addormentata in fondo al sentiero.

Una serata tranquilla e gelata, una stellata da Planetario a cielo aperto, un té caldo prima di imbustarsi nei sacchiapelo.

Il freddo può bloccarti i movimenti o costringerti a non rimanere immobile.
Scegli tu.

Al mattino abbiamo proseguito fino alla Capanna Brasca attraverso un sentiero silenzioso, aria rarefatta, ghiaccio perfetto a Bresciadega e poi… siamo già arrivati? Siamo stati veloci e sicuri, ci stupiamo di quanto siamo riusciti a essere determinati ad arrivare alla meta. E capiamo perché abbiamo così freddo guardando il termometro appeso accanto alla porta del Rifugio: -11 gradi. Altro che freschino!

Simone e Laura han deciso di continuare il percorso scout con noi, firmano il loro Impegno in questa cornice così particolare. Una cerimonia breve, lottiamo tutti con un freddo che fatichiamo a tenere a bada.

Sul sentiero che ci riporta a Codera finalmente il sole. Ci riscalda in un attimo, sentiamo una sorta di primavera rinascere in tutto il corpo. Il calore dei raggi ci avvolge come un abbraccio.

Mentre ci prepariamo a tornare a Valle scorgo un viso familiare. Ugo!
Certo che in Codera non manchi mai di trovare un amico.

Le mie gambe questa mattina erano simili a colonne di marmo, ma la soddisfazione per l’impresa val pure qualche dolore scendendo gli scalini di casa…

Anna, 19.XI.2007


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