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Archive for ottobre 2008

Ho cominciato a frequentare via Padova molti anni fa, avevo appena 17 anni e vedevo il ponte della ferrovia come fossero le colonne d’Ercole; raramente mi capitava di passare dall’altra parte, eccezion fatta per il Parco Lambro e la tangenziale. Poi il destino, la Provvidenza e l’unione di due gruppi scout mi han portato “di là”
Durante il mio momento pennacchiano mi sono sentita al centro di una Belleville milanese e insieme al centro del mondo: algerini, tunisini, marocchini,  peruviani, filippini, egiziani e l’elenco delle nazionalità è ancora lungo.
Oggi sento che questo quartiere è un pezzetto di me: non ho casa qui, ma qui  mi sento a casa.

L’apertura che don Piero ha sempre concretamente manifestato nei confronti del quartiere, della sua gente, delle bellezze e dei problemi di queste strade e di queste case mi ha conquistata.
Questo – ho sempre pensato – è il modo di vivere qui. O così, o niente“.
E io ho deciso che sarebbe stato così.

Ieri sera cena al Centro Islamico, ospiti dell’associazione e della comunità.
Insieme ai ragazzi del Clan, a qualche altro Capo con me e Davide, e insieme a un nutrito gruppo di persone della Parrocchia.
Il ringraziamento di don Piero a chi ci accoglieva è stato illuminante:

Grazie per questo invito, ora mi sento più libero.
E’ bello per noi invitarvi e aprirci a voi, ma ora che siamo noi vostri ospiti mi sento più alla pari, in un rapporto che mi fa stare meglio
.”

Ho mangiato cous cous e agnello, riso e verdure, zuppa di grano e carne arrostita.
Ho parlato tutta la serata con Fatima e Soraya di università e di cucina, della riforma Gelmini e delle classi speciali per gli stranieri, dei compiti dei bimbi e del pericolo dei ghetti; ho riso dietro a Shadi, Mohamed e Osama, in lacrime disperate per aver perso il suo orologio fra i tappeti della moschea che ospitava la nostra cena.

Il Clan alla Casa della Cultura Islamica

Il Clan alla Casa della Cultura Islamica

Abbiamo percepito che tutti eravamo impegnati e determinati a realizzare una bella serata: ci siamo mescolati per non lasciar le donne separate dagli uomini e loro si sono volutamente mescolate in ogni tavolo per raccontare dei piatti che avevano preparato, per presentarci i loro bambini, per raccontarci del loro lavoro in negozio, in università, a casa. Larghi sorrisi e parole di riconoscenza da entrambe le parti, grazie per essere venuti e grazie per averci invitati. Hanno cercato di farci sentire a nostro agio in ogni modo, cucinando mille specialità e perfino permettendoci di non togliere le scarpe e di non coprire il capo: e noi abbiamo lasciato a casa il vino doc e portato ottima frutta e dolci per tutti.

L’integrazione sa rispettare le identità e le differenze, permette a ciascuno di crescere e di realizzarsi, non toglie spazio, ma anzi lo amplia, come amplia gli orizzonti personali e culturali, la capacità di osservazione, la coscienza di sé.
Incontrare qualcuno che si percepisce diverso da sé richiede di chiedersi di più rispetto al proprio essere.
Forse è proprio questo che fa paura.

Gli stranieri non sono una minaccia, sono una risorsa.
Ci vuole coraggio per aprirsi agli stranieri, perché per prima cosa occorre aprirsi a se stessi, illuminare le proprie zone d’ombra, guardare da vicino le proprie paure.

Anna, 18.X.2008

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La stanchezza fisica è qualcosa che avvolge tutto il corpo, che me lo fa percepire muscolo per muscolo, quasi fibra per fibra. Mi piace la sensazione di spossatezza che segue a un grande sforzo, la sento dopo una camminata intensa in montagna, dopo un’ora in piscina, dopo due ore di allenamento.
Mi piace perché sento che mi riconcilia con il mio corpo, mi costringe a seguire i suoi ritmi e le sue necessità; me lo impone, a dir la verità, ma in ogni caso sento che mi permette di essere docile nei confronti di me stessa.

Docile e ubbidiente, mi lavo e vado a dormire. Appena tocco il futon… ci metto un po’ a capire che posso rilassarmi, ma poi è tutto più semplice e piano piano i muscoli si distendono, i pensieri scivolano via e mi addormento, abbandonata fra le braccia di Morfeo.

La stanchezza mentale è tutt’altra cosa. Mi dà la sensazione di essere prigioniera, di non avere una via di scampo, aumenta man mano che ci penso e mi impedisce di rilassarmi veramente. Sento i muscoli rigidi, il pensiero è vigile, un turbine di idee, riflessioni, ansie… popolano la mia mente. Non riesco a liberarla né a liberare la stanchezza per far posto alla quiete.

Un filo di spossatezza leggera...

Un filo di spossatezza leggera...

Ecco che forse ho capito perché ho così insistentemente cercato un appuntamento che mi portasse a stancarmi, a far fatica vera, a sudare, a sentire venire meno le forze. L’ho cercato perché ho voglia di rilassarmi e se non riesco a trovare un ritmo adeguato… ecco che ora sono costretta a fermarmi. E a lasciare che il mio corpo si goda il meritato riposo.

Buonanotte. Come diceva la mitica Rossella… dopotutto, domani è un altro giorno.

Anna, 10.X.2008

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Scàlcio!

Alla fine ho preso coraggio e ci sono andata. Stasera, dico.
Questa mattina quando ho visto le gocce di pioggia dalla finestra mi sono detta “Eh va beh, allora è destino, stasera non vado. Non si può giocare sotto l’acqua, poi mi ammalo, devo andare anche in uscita… No, no, non vado”.
E poi invece è uscito il sole, e sono uscita mezz’ora prima del previsto da lezione alla SILSIS e il tempo non sarebbe mancato, e… e quindi sono andata. Dove?
Eh, eh… allenamento di prova, inizio ore 19.30 sul campetto di San Pio, vicino a casa mia.
Pallone, ragazzi, stasera ho giocato a pallone… E mi sono pure divertita! Elena mi aveva detto di aver iniziato a giocare nella nuova squadra che ha messo in piedi sua sorella, provetta calcettara diplomata ISEF. Una squadra amatoriale, di ragazze alle prime armi, con la voglia di divertirsi e fare un po’ di sport.

Un po’ per ridere e un po’ no, le ho detto che ci sarei andata anche io. Il corso di alpinismo non inizierà che a primavera inoltrata, non ho voglia di andare in piscina da sola, e quindi… qualcosa per non arrugginire del tutto devo pur farla, perché non giocare a pallone con Elena?
Dopo averglielo detto mi sono ovviamente mangiata le mani. Che idea balorda, non ho mai dato più di tre calci a un pallone per partita, e di solito quando lo prendo è sempre per caso.

Tacchetti

Tacchetti

Eppure mi sono divertita, ho anche capito che gli allenamenti hanno una loro logica, che non si nasce già imparati: io pensavo che gli uomini sapessero giocare a calcio perché hanno una dote innata, e invece ci sono delle cose da imparare, ci si allena, insomma, non è una cosa che o ce l’hai o non ce l’hai!
Il talento e il genio sì, beh, certo, quelli sono innati. Ma poi esiste una tecnica, puoi migliorare, puoi capire che cosa succede fra i tuoi piedi e il pallone, forse puoi anche deciderlo tu!

Beh, ecco, diciamo che il decidere per bene di far arrivare un pallone dove vuoi tu, controllandolo solo con i piedi credo faccia parte del modulo avanzato, per ora mi pare significativo:

  1. arrivare viva alla fine delle due ore di allenamento (cosa per nulla scontata!)
  2. non essere invariabilmente l’ultima a esser scelta dalle compagne
  3. fare gli esercizi come vuole l’allenatrice (e non come mi pare che abbia detto di fare…)
  4. cercare di essere al posto giusto nel momento giusto
  5. riuscire a toccare la palla (con i piedi) e non solo quando si è a coppie, che se la passano solo a te non vale…

Ecco, questo è il mio programma di minima. Diciamo che posso solo migliorare!

Ronaldinha, 3 ottobre 2008

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