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Archive for the ‘Pensieri’ Category

Elisabetta

Elisabetta, foto di papà Lorenzo

E’ arrivata.
Nove mesi a intuirla attraverso il crescere di una pancia, dapprima confusa e poi sempre più netta e definita, con piedini e gobbette che lasciavano capire i movimenti di qualcosa che lì dentro stava prendendo forma. Mia sorella sempre più infastidita da questi dolorosi smottamenti interni, sempre meno poetica nel guardare il rapido aumentare di quel pancione che sperava lasciasse uscire la piccola con un po’ d’anticipo.

E’ arrivata, e con qualche giorno di anticipo.
Andiamo verso Biella senza fretta, sappiamo che Monica non ci vuole vedere durante il travaglio e cerchiamo di rispettare la richiesta. Arriviamo davanti alla sala parto con un po’ di emozione, pensando di dover aspettare, e aspettare, e aspettare.
E invece non attendiamo che cinque minuti, mia sorella “ha appena partorito”, come ci dice l’ostetrica sorridente, poco dopo aver compiuto il suo mestiere.

Mia madre se lo fa ripetere due volte, io glielo ripeto volentieri perché non sono pronta. “Ha appena partorito”. Vuol dire che è nata. E’ arrivata. C’é e la possiamo vedere, non dobbiamo più intuirla, ora è fuori. “Ha appena partorito!”.

La mamma sorride, ha capito. Io non ancora. Sento la voce di Lorenzo, poi finalmente vediamo Monica uscire dalla sala parto, cammina lentamente e spinge con calma il baracchino con la flebo. Non ha esattamente una faccia rilassata, ecco, no, è un po’ tesa, ha le labbra screpolate, movimenti controllati.
Fatica a camminare, ma cammina. “Ha appena partorito”.

Mi precipito davanti al vetro della nursery, ora la voglio vedere! Ci sono due bimbetti nelle culle, chissà come si riconosce una nipote… Picchio nel vetro, l’infermiera mi vede e sorride. Leggo sulle labbra “D-a-v-i-d-e”. No, è l’altra. Eccola, finalmente ha un volto che non sia l’eco di un’onda su una fotografia.

Dopo un paio d’ore è pronta per uscire da questa benedetta stanza a cui hanno accesso solo i genitori. Noi aspettiamo come i Re Magi l’Epifania del bambinello e…

E’ bellissima.

Anna, 31.I.2009

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Faber, 11.1.1999 - 11.1.2009

Faber, 11.1.1999 - 11.1.2009

da Smisurata preghiera

ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere

Fabrizio de André, Anime salve, 1996

Nessun commento.
Bastano la musica e le parole.

Anna, 11.I.2009

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Terrasanta

Maria invece stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?».
Gv 20, 11-15

Ho riletto questo brano del Vangelo di Giovanni nel Santo Sepolcro, un luogo che mi ha ferita per quanto mi ha lasciata priva di emozione. Eppure questo testo ha saputo farsi strada in me, è stato potente, laggiù nella piccola cappellina ricavata nella cava sottostante la chiesa, lontana dal via vai della gente, dalla coda infinita per avvicinarsi alla pietra che ha accolto il corpo di Gesù, dalle contese fra le diverse Chiese.
“Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Una domanda apparentemente semplice, che mi si è impressa nella mente come se fosse rivolta anche a me e non solo a Maria di Magdala. Chi cerco? Chi cerchiamo? Egli è dove io non penso, è ciò che io non comprendo. E piango una mancanza che non è tale.

Le parole del Cardinal Martini sono risuonate più volte in questa settimana.

Voi portate il desiderio di approfondire la fede, la fede e anche la conoscenza dell’Uomo. E portate con voi quello che avete approfondito. Quindi una maggiore conoscenza della fede e dei misteri di Dio, della comprensibilità dei misteri di Dio, di affidarsi e di ciò che c’è dentro nell’Uomo. Quindi è un grande patrimonio che non si può circoscrivere, che poi ciascuno declina a suo modo.
Un po’ vi invidio perché verrei volentieri con voi, ma non è possibile per ora. Inshallah.
Pregherò per voi perché possiate essere attenti, come dice Gesù più volte nei vangeli. Non avete capito, non siete attenti. Avete occhi e non vedete, orecchi e non udite.
Quanta gente non ha nessuna comprensione oppure ce l’ha già fatta, proiettata sugli eventi e non tratta dagli eventi.

Mi rendo conto che tutto ciò che ho letto, ascoltato, visto… piano piano comincia ad acquisire un significato. Nonostante per tutta la settimana mi sia ripetuta continuamente “Beato chi crede senza aver visto“. E mi sono sentita profondamente umana, bisognosa di vedere e allo stesso tempo consapevole che la Fede non è una questione di ragionamento e dimostrazioni.

Noli me tangere

Noli me tangere, Beato Angelico

Essere in Terrasanta durante questi giorni di attacco a Gaza mi ha messo in testa mille pensieri. E come mi è più facile parlare di Terrasanta, per risolvere senza sforzi la distanza che separa la Palestina da Israele. L’ospitalità delle famiglie palestinesi di Gerico, la resistenza delle suore nell’ospedale di Betlemme, i continui controlli, la gente che ha paura, che è in trappola nel suo stesso paese, che non può muoversi liberamente: come si può vivere in questo modo? Non si vive, si sopravvive. Si resiste, si cerca di rimanere umani e di non piegarsi al male. Non tutti ce la fanno, ma molti sì, anche se di loro non parla nessuno.

Dare voce a chi non ha voce, come invitata Mons. Romero dall’altra parte del mondo. Ed è difficile farlo, assordati come siamo dal rumore devastante dei missili.

Che testo confuso ho scritto. Forse non era ancora il momento di scrivere nulla, perché le idee, i sentimenti e le emozioni sono ancora troppo ingarbugliati per poter mettere insieme parole e pensieri. O forse sbrogliare la matassa è un affare che richiede molto tempo, molta calma, molta… vita.

Anna, 2.I.2009

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Mi è sempre piaciuto discutere. Non per vis polemica, ma per il desiderio di sviscerare, ragionare, arrivare a sminuzzare, a mettere a nudo una cosa e capirla nelle sue parti costituenti. Capire il come e ragionare sul perché.

Discutere con Giovanni significa esporsi a un giudizio spietato, che fa piazza pulita di quello che pensi essere il fondamento del tuo ragionamento e che richiede di ridiscutere anche quello che pensavi fosse assodato.

E’ faticoso, ma allo stesso tempo è stimolante e interessante.
Perché se è vero che siamo sempre in ricerca, che cresciamo sempre e non siamo mai uguali a quelli che eravamo fino al giorno prima, abbiamo – ho – bisogno di capire se il punto di partenza funziona o meno. E lo posso fare solo con l’aiuto di qualcun altro diverso da me e dal mio universo di riferimento, altrimenti non arriverò mai a toccare le pieghe, talvolta scomode, che lascio da parte.

Non è vero, poi, che siamo così diversi: anche a Giovanni piace discutere e sviscerare, ed è tanto ostinato quanto onesto nel suo ragionare e portare alla luce ogni cosa.

Panorama alpino

Panorama alpino

Oggi mi hanno regalato un libro, si intitola venuto al mondo, di Margaret Mazzantini.
Una storia di Bosnia scritta da un’italiana, ne avevo sentito parlare a Sarajevo da un amico interprete che l’aveva scarrozzata in giro per villaggi e città quando raccoglieva materiale, emozioni, tradizioni, idee allorché si mise in testa di lavorare a quel progetto editoriale.

La quarta di copertina recita

La speranza appartiene ai figli.
Noi adulti abbiamo già sperato, e quasi sempre abbiamo perso.

E’ amara come talvolta è amaro Giovanni e mi ferisce.
Forse, come spesso ferisce la verità.

Anna, 23.XII.08

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Buona Strada

Quando muore una persona giovane sono presa da un senso profondo di angoscia. Non riesco  a farmi delle domande, solo provo un dolore sordo e assordante.
Vedo incredulità di fronte ad assoluti che disarmano. Per sempre, mai più, vuoto.

Lunedì a morire è stata una giovane scout, una capo reparto come tante.
E come ciascuna, unica.
Lo sconforto che mi ha assalita è stato ancor più profondo.
Mi ha preso le viscere, come se mi appartenesse, come se fosse una parte di me e sentissi la sua morte addosso alla mia vita.

La Guida e lo Scout sono amici di tutti
e fratelli di ogni altra Guida e Scout
.

Niente di più vero.

Elena era giovane, entusiasta, amata.
E’ morta facendo una delle cose che più amava: camminare sui sentieri della vita insieme ai ragazzi che le erano stati affidati. Con semplicità, impegno, dedizione. Con amore e un grande desiderio di portarli a gustare la linfa della vita, come le parole che Silvestro ha scelto ci hanno ricordato, risuonando nell’anima di noi tutti.

Vivere con pienezza, gustando la bellezza del mondo, uscendo da queste case che troppo spesso ci precludono il calore del sole, l’incanto delle vette, la magia del vento.
Elena aveva trovato il senso per mettersi e mettere i suoi ragazzi in cammino, con la volontà di portarli ad apprezzare la ricchezza della vita. Aprirgli il sentiero per aprirgli il cuore e la mente, per mostrare loro quale sia la bellezza a cui sono chiamati.

Sulle spalle pesano giorni difficili, nella solitudine del dolore, nell’impegno di rimanere vicino ai ragazzi che Elena ha lasciato da accompagnare.

La vita deve andare avanti e va affrontata e vissuta per quella che è. Nella durezza di guardare al futuro con il dolore nel cuore, nella consapevolezza di voler proseguire il cammino iniziato insieme, pur essendo soli.

Non c’è nulla che possa sostituire l’assenza di una persona a noi cara. Non c’è alcun tentativo da fare, bisogna semplicemente tener duro e sopportare.
Ciò può sembrare a prima vista molto difficile, ma è al tempo stesso una grande consolazione, perché finché il vuoto resta aperto si rimane legati l’un l’altro per suo mezzo.
E’ falso dire che Dio riempie il vuoto; Egli non lo riempie affatto, ma lo tiene espressamente aperto, aiutandoci in tal modo a conservare la nostra antica reciproca comunione, sia pure nel dolore.
Ma la gratitudine trasforma il tormento del ricordo in una gioia silenziosa.
I bei tempi passati si portano in sé non come una spina, ma come un dono prezioso.
Bisogna evitare di avvoltolarsi nei ricordi, di consegnarci ad essi; così come non si resta a contemplare di continuo un dono prezioso, ma lo si osserva in momenti particolari e per il resto lo si conserva come un tesoro nascosto di cui si ha la certezza.
Allora sì che dal passato emanano una gioia e una forza durevoli.

D. Bonhoeffer, Lettera di Natale 1943 – Sulla morte
– veglia di preghiera per Elena, 10 dicembre 2008 –

Buona Strada, Elena.
Guida i passi di chi ti ha voluto bene e ora piange la tua Partenza, faticando a ritrovare la via.

Anna, 12.XII.2008

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Riprendo il titolo di un libro di qualche anno fa, scritto dal Cardinal Martini.
Un libro intenso, meditato, bellissimo. Un testo appassionato, straripante di amore per una terra, una città, una Storia, tanti popoli.

Tutte le persone a cui ho detto che andrò in Terrasanta mi hanno aperto il cuore. Un entusiasmo sincero, poche parole espresse e tante che ciascuno si sforzava di trovare, come per dire l’indicibile.
Non si può raccontare, questo l’ho capito da me. E’ un’esperienza da vivere e godere, senza pretendere di poterla trasmettere con poco sforzo: non sono sufficienti le fotografie, i diari di viaggio, i racconti degli incontri. Non si può raccontare qualcosa che si percepisce, ma di cui si ignorano i contorni e le forme.
In molti mi hanno detto che è un luogo che ti entra dentro, e lì rimane.

Ho sempre accostato Gerusalemme a Sarajevo, che da molti è chiamata la Gerusalemme dei Balcani.
E mi è piaciuto, decidendo la route, pensare di fare un ulteriore passo nella conoscenza del mondo dando un significato mio a questo modo di intendere Sarajevo. Pur nelle differenze, che sento a priori fortissime.
Anche Gerusalemme, come già Sarajevo, ti entra nell’anima e ti cambia la prospettiva. Sono curiosa di scoprire quale effetto avrà su di me, oltre che sui ragazzi.

Gerusalemme

Gerusalemme

Manca meno di un mese alla partenza. I ragazzi sono stanchi, noi siamo stanchi: la preparazione, gli autofinanziamenti… tutto ormai e’ compiuto, bisogna andare. E poi tornare per cercare a nostra volta di ripercorrere il percorso di ricerca delle parole per provare a raccontare.
Una terra in cui il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Mai come in questo periodo di Natale risuonano le parole del Vangelo. E poi Betlemme, Gerico, il muro, le difficoltà di una terra martoriata e sofferente.

Ieri è arrivata anche la conferma che aspettavamo: il Cardinal Martini ci riceverà appena prima di Natale, per un incontro di conoscenza e di buon augurio a noi pellegrini che ci apprestiamo a vivere un cammino in Terrasanta. Don Nicola è felice come non l’ho mai visto prima, e devo dire che anche io sono molto contenta. Un legame si è stabilito fra noi e le parole del Cardinale che ci raccontava la sua Gerusalemme durante tutto questo anno di preparazione.

E’ bello poter ricevere da lui un augurio di buona Strada, è un po’ come permettergli di tornare laggiù portandocelo nel cuore e sulle spalle.

Anna, 28.XI.2008

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Essere John Malkovich

Ieri sono rimasta a casa a guardare film, Giovanna me ne ha lasciati alcuni sul disco esterno e finalmente ho potuto godermeli. Mi ha consigliato Little Miss Sunshine e l’ho guardato. Uhm, no, bruttino.

E poi… Essere John Malkovich. E’ la sua serata.
Me ne ha parlato Giovanni durante il corso, raccontando lo stile geniale di Kaufman, stupito che non avessi visto questo con Malkovich e l’altro, Se mi lasci ti cancello, con Jim Carrey.

Una storia geniale, tutto trova un posto adeguato in modo coerente, a partire dai soffitti bassi del settimo piano e mezzo. Che immagine…

Marionetta

Essere qualcun altro, vivere la vita nel corpo di un altro, fisicamente nel film, metaforicamente nella vita.
Assaporare il senso della vita uscendo da sé, guardando il mondo con gli occhi di qualcun altro.
Craig non avrebbe mai fatto fortuna come marionettista, come invece ha potuto fare nei panni di John Horatio: questa è una verità che mi ha fatto provare – forse – comprensione per lui.
E ancora di più la disperazione di amare qualcuno che non ci ama, e far di tutto per diventare l’oggetto del suo desiderio, fino a diventare fisicamente qualcun altro.

Non svelo il finale, che mi ha però lasciato un po’ di amaro in bocca.
Forse perché mi sono immedesimata nel personaggio sbagliato. O in quello giusto, non so dire.

Un’unica nota stonata nella traduzione: le marionette e i burattini non sono la stessa cosa.
E quindi un marionettista non è un burattinaio e viceversa.
Possibile che nessuno fra i traduttori si sia dato la pena di curare l’uso del termine corretto?

Anna, 8 novembre 2008

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