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Verso Gerusalemme

Riprendo il titolo di un libro di qualche anno fa, scritto dal Cardinal Martini.
Un libro intenso, meditato, bellissimo. Un testo appassionato, straripante di amore per una terra, una città, una Storia, tanti popoli.

Tutte le persone a cui ho detto che andrò in Terrasanta mi hanno aperto il cuore. Un entusiasmo sincero, poche parole espresse e tante che ciascuno si sforzava di trovare, come per dire l’indicibile.
Non si può raccontare, questo l’ho capito da me. E’ un’esperienza da vivere e godere, senza pretendere di poterla trasmettere con poco sforzo: non sono sufficienti le fotografie, i diari di viaggio, i racconti degli incontri. Non si può raccontare qualcosa che si percepisce, ma di cui si ignorano i contorni e le forme.
In molti mi hanno detto che è un luogo che ti entra dentro, e lì rimane.

Ho sempre accostato Gerusalemme a Sarajevo, che da molti è chiamata la Gerusalemme dei Balcani.
E mi è piaciuto, decidendo la route, pensare di fare un ulteriore passo nella conoscenza del mondo dando un significato mio a questo modo di intendere Sarajevo. Pur nelle differenze, che sento a priori fortissime.
Anche Gerusalemme, come già Sarajevo, ti entra nell’anima e ti cambia la prospettiva. Sono curiosa di scoprire quale effetto avrà su di me, oltre che sui ragazzi.

Gerusalemme

Gerusalemme

Manca meno di un mese alla partenza. I ragazzi sono stanchi, noi siamo stanchi: la preparazione, gli autofinanziamenti… tutto ormai e’ compiuto, bisogna andare. E poi tornare per cercare a nostra volta di ripercorrere il percorso di ricerca delle parole per provare a raccontare.
Una terra in cui il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Mai come in questo periodo di Natale risuonano le parole del Vangelo. E poi Betlemme, Gerico, il muro, le difficoltà di una terra martoriata e sofferente.

Ieri è arrivata anche la conferma che aspettavamo: il Cardinal Martini ci riceverà appena prima di Natale, per un incontro di conoscenza e di buon augurio a noi pellegrini che ci apprestiamo a vivere un cammino in Terrasanta. Don Nicola è felice come non l’ho mai visto prima, e devo dire che anche io sono molto contenta. Un legame si è stabilito fra noi e le parole del Cardinale che ci raccontava la sua Gerusalemme durante tutto questo anno di preparazione.

E’ bello poter ricevere da lui un augurio di buona Strada, è un po’ come permettergli di tornare laggiù portandocelo nel cuore e sulle spalle.

Anna, 28.XI.2008

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Essere John Malkovich

Ieri sono rimasta a casa a guardare film, Giovanna me ne ha lasciati alcuni sul disco esterno e finalmente ho potuto godermeli. Mi ha consigliato Little Miss Sunshine e l’ho guardato. Uhm, no, bruttino.

E poi… Essere John Malkovich. E’ la sua serata.
Me ne ha parlato Giovanni durante il corso, raccontando lo stile geniale di Kaufman, stupito che non avessi visto questo con Malkovich e l’altro, Se mi lasci ti cancello, con Jim Carrey.

Una storia geniale, tutto trova un posto adeguato in modo coerente, a partire dai soffitti bassi del settimo piano e mezzo. Che immagine…

Marionetta

Essere qualcun altro, vivere la vita nel corpo di un altro, fisicamente nel film, metaforicamente nella vita.
Assaporare il senso della vita uscendo da sé, guardando il mondo con gli occhi di qualcun altro.
Craig non avrebbe mai fatto fortuna come marionettista, come invece ha potuto fare nei panni di John Horatio: questa è una verità che mi ha fatto provare – forse – comprensione per lui.
E ancora di più la disperazione di amare qualcuno che non ci ama, e far di tutto per diventare l’oggetto del suo desiderio, fino a diventare fisicamente qualcun altro.

Non svelo il finale, che mi ha però lasciato un po’ di amaro in bocca.
Forse perché mi sono immedesimata nel personaggio sbagliato. O in quello giusto, non so dire.

Un’unica nota stonata nella traduzione: le marionette e i burattini non sono la stessa cosa.
E quindi un marionettista non è un burattinaio e viceversa.
Possibile che nessuno fra i traduttori si sia dato la pena di curare l’uso del termine corretto?

Anna, 8 novembre 2008

Indovina chi viene a cena?

Ho cominciato a frequentare via Padova molti anni fa, avevo appena 17 anni e vedevo il ponte della ferrovia come fossero le colonne d’Ercole; raramente mi capitava di passare dall’altra parte, eccezion fatta per il Parco Lambro e la tangenziale. Poi il destino, la Provvidenza e l’unione di due gruppi scout mi han portato “di là”
Durante il mio momento pennacchiano mi sono sentita al centro di una Belleville milanese e insieme al centro del mondo: algerini, tunisini, marocchini,  peruviani, filippini, egiziani e l’elenco delle nazionalità è ancora lungo.
Oggi sento che questo quartiere è un pezzetto di me: non ho casa qui, ma qui  mi sento a casa.

L’apertura che don Piero ha sempre concretamente manifestato nei confronti del quartiere, della sua gente, delle bellezze e dei problemi di queste strade e di queste case mi ha conquistata.
Questo – ho sempre pensato – è il modo di vivere qui. O così, o niente“.
E io ho deciso che sarebbe stato così.

Ieri sera cena al Centro Islamico, ospiti dell’associazione e della comunità.
Insieme ai ragazzi del Clan, a qualche altro Capo con me e Davide, e insieme a un nutrito gruppo di persone della Parrocchia.
Il ringraziamento di don Piero a chi ci accoglieva è stato illuminante:

Grazie per questo invito, ora mi sento più libero.
E’ bello per noi invitarvi e aprirci a voi, ma ora che siamo noi vostri ospiti mi sento più alla pari, in un rapporto che mi fa stare meglio
.”

Ho mangiato cous cous e agnello, riso e verdure, zuppa di grano e carne arrostita.
Ho parlato tutta la serata con Fatima e Soraya di università e di cucina, della riforma Gelmini e delle classi speciali per gli stranieri, dei compiti dei bimbi e del pericolo dei ghetti; ho riso dietro a Shadi, Mohamed e Osama, in lacrime disperate per aver perso il suo orologio fra i tappeti della moschea che ospitava la nostra cena.

Il Clan alla Casa della Cultura Islamica

Il Clan alla Casa della Cultura Islamica

Abbiamo percepito che tutti eravamo impegnati e determinati a realizzare una bella serata: ci siamo mescolati per non lasciar le donne separate dagli uomini e loro si sono volutamente mescolate in ogni tavolo per raccontare dei piatti che avevano preparato, per presentarci i loro bambini, per raccontarci del loro lavoro in negozio, in università, a casa. Larghi sorrisi e parole di riconoscenza da entrambe le parti, grazie per essere venuti e grazie per averci invitati. Hanno cercato di farci sentire a nostro agio in ogni modo, cucinando mille specialità e perfino permettendoci di non togliere le scarpe e di non coprire il capo: e noi abbiamo lasciato a casa il vino doc e portato ottima frutta e dolci per tutti.

L’integrazione sa rispettare le identità e le differenze, permette a ciascuno di crescere e di realizzarsi, non toglie spazio, ma anzi lo amplia, come amplia gli orizzonti personali e culturali, la capacità di osservazione, la coscienza di sé.
Incontrare qualcuno che si percepisce diverso da sé richiede di chiedersi di più rispetto al proprio essere.
Forse è proprio questo che fa paura.

Gli stranieri non sono una minaccia, sono una risorsa.
Ci vuole coraggio per aprirsi agli stranieri, perché per prima cosa occorre aprirsi a se stessi, illuminare le proprie zone d’ombra, guardare da vicino le proprie paure.

Anna, 18.X.2008

La stanchezza fisica è qualcosa che avvolge tutto il corpo, che me lo fa percepire muscolo per muscolo, quasi fibra per fibra. Mi piace la sensazione di spossatezza che segue a un grande sforzo, la sento dopo una camminata intensa in montagna, dopo un’ora in piscina, dopo due ore di allenamento.
Mi piace perché sento che mi riconcilia con il mio corpo, mi costringe a seguire i suoi ritmi e le sue necessità; me lo impone, a dir la verità, ma in ogni caso sento che mi permette di essere docile nei confronti di me stessa.

Docile e ubbidiente, mi lavo e vado a dormire. Appena tocco il futon… ci metto un po’ a capire che posso rilassarmi, ma poi è tutto più semplice e piano piano i muscoli si distendono, i pensieri scivolano via e mi addormento, abbandonata fra le braccia di Morfeo.

La stanchezza mentale è tutt’altra cosa. Mi dà la sensazione di essere prigioniera, di non avere una via di scampo, aumenta man mano che ci penso e mi impedisce di rilassarmi veramente. Sento i muscoli rigidi, il pensiero è vigile, un turbine di idee, riflessioni, ansie… popolano la mia mente. Non riesco a liberarla né a liberare la stanchezza per far posto alla quiete.

Un filo di spossatezza leggera...

Un filo di spossatezza leggera...

Ecco che forse ho capito perché ho così insistentemente cercato un appuntamento che mi portasse a stancarmi, a far fatica vera, a sudare, a sentire venire meno le forze. L’ho cercato perché ho voglia di rilassarmi e se non riesco a trovare un ritmo adeguato… ecco che ora sono costretta a fermarmi. E a lasciare che il mio corpo si goda il meritato riposo.

Buonanotte. Come diceva la mitica Rossella… dopotutto, domani è un altro giorno.

Anna, 10.X.2008

Scàlcio!

Alla fine ho preso coraggio e ci sono andata. Stasera, dico.
Questa mattina quando ho visto le gocce di pioggia dalla finestra mi sono detta “Eh va beh, allora è destino, stasera non vado. Non si può giocare sotto l’acqua, poi mi ammalo, devo andare anche in uscita… No, no, non vado”.
E poi invece è uscito il sole, e sono uscita mezz’ora prima del previsto da lezione alla SILSIS e il tempo non sarebbe mancato, e… e quindi sono andata. Dove?
Eh, eh… allenamento di prova, inizio ore 19.30 sul campetto di San Pio, vicino a casa mia.
Pallone, ragazzi, stasera ho giocato a pallone… E mi sono pure divertita! Elena mi aveva detto di aver iniziato a giocare nella nuova squadra che ha messo in piedi sua sorella, provetta calcettara diplomata ISEF. Una squadra amatoriale, di ragazze alle prime armi, con la voglia di divertirsi e fare un po’ di sport.

Un po’ per ridere e un po’ no, le ho detto che ci sarei andata anche io. Il corso di alpinismo non inizierà che a primavera inoltrata, non ho voglia di andare in piscina da sola, e quindi… qualcosa per non arrugginire del tutto devo pur farla, perché non giocare a pallone con Elena?
Dopo averglielo detto mi sono ovviamente mangiata le mani. Che idea balorda, non ho mai dato più di tre calci a un pallone per partita, e di solito quando lo prendo è sempre per caso.

Tacchetti

Tacchetti

Eppure mi sono divertita, ho anche capito che gli allenamenti hanno una loro logica, che non si nasce già imparati: io pensavo che gli uomini sapessero giocare a calcio perché hanno una dote innata, e invece ci sono delle cose da imparare, ci si allena, insomma, non è una cosa che o ce l’hai o non ce l’hai!
Il talento e il genio sì, beh, certo, quelli sono innati. Ma poi esiste una tecnica, puoi migliorare, puoi capire che cosa succede fra i tuoi piedi e il pallone, forse puoi anche deciderlo tu!

Beh, ecco, diciamo che il decidere per bene di far arrivare un pallone dove vuoi tu, controllandolo solo con i piedi credo faccia parte del modulo avanzato, per ora mi pare significativo:

  1. arrivare viva alla fine delle due ore di allenamento (cosa per nulla scontata!)
  2. non essere invariabilmente l’ultima a esser scelta dalle compagne
  3. fare gli esercizi come vuole l’allenatrice (e non come mi pare che abbia detto di fare…)
  4. cercare di essere al posto giusto nel momento giusto
  5. riuscire a toccare la palla (con i piedi) e non solo quando si è a coppie, che se la passano solo a te non vale…

Ecco, questo è il mio programma di minima. Diciamo che posso solo migliorare!

Ronaldinha, 3 ottobre 2008

Anno nuovo, classe nuova!

Faccio la dura, tiro occhiatacce, ottengo concentrazione. E poi sorrido, mi diverto, scherzo, li osservo.
Li chiamo sempre per nome, con tutta la fatica che comporta dato che sono ventidue e li conosco da due giorni.
Sono spiazzati, non capiscono (ancora) se hanno una maestra di quelle con la penna rossa oppure una con la quale ci si diverte. Hanno capito che mi devono studiare e che ci sono momenti in cui si scherza e momenti in cui non si scherza per niente. E’ già un passo avanti… E poi, devo dire che anche io li sto studiando, uno per uno. E non è una cosa facile.

La scuola é dei bambini e delle bambine

La scuola é dei bambini e delle bambine

Leggere, scrivere, ascoltare, ripetere, farsi domande e darsi risposte… che mondo, quello dei bambini. Osservano e interpretano, poi rielaborano. E certe volte tirano fuori delle descrizioni che ti chiedi come diavolo abbiano fatto a fissare proprio quel dettaglio, come siano riusciti a lasciarsi colpire così tanto da qualcosa a cui tu non avresti prestato la minima attenzione. Eppure… Ricettivi, curiosi, intelligenti nel senso proprio del termine: si stanno costruendo pian piano il proprio personale modo di comprendere il mondo e ciò che gli accade intorno.

Bisognerà essere all’altezza della situazione, i bambini sono esigenti.
Lo sono anche gli adulti, a dir la verità: ma i bambini lo sono in modo più esplicito.

Anna, 16.IX.2008

Short Message Service

Accadono alcune cose che son segni, ne sono convinta. Stai rispondendo a un messaggio e ti cade di mano il cellulare, stai scrivendo una pagina e non la salvi, vuoi recuperare un documento e lo cancelli. Per sbaglio, s’intende, ma forse anche perché le cose dovevano andar così.
Va beh, ma questo c’entra e non c’entra con il post di questa sera…

Ho sempre amato la tecnologia, quella che ti porta il mondo in casa, come ha fatto e fa internet.
E anche come fa il cellulare, si può dire. Ormai è stato sdoganato anche lui, possiamo apprezzarlo senza sentirci degli snob, non è più – almeno fra la gente che frequento io – uno status simbol. E’ un elettrodomestico, né più e né meno del frullatore, del ventilatore o del telefono di casa.

SMS? Magari anche no...

SMS? Magari anche no...

Epperò… epperò lo si usa a sproposito, sostituendolo a una conversazione che è meglio de visu, nascondendosi meglio che dietro a una mail o a una telefonata veloce perché questi maledetti e benedetti SMS riescono a essere perfetti in taluni casi e una maledizione in altri.
Cioè io lo uso a sproposito, lo sostituisco a una conversazione, eccetera…

Come tutto, bisogna saperne fare buon uso. E io non ne sono capace.

Se pensi che una cosa sia importante non puoi affidarla a un SMS, e se lo fai te ne assumi la responsabilità. Stai dicendo che bastano 180 caratteri per dire tutto quello che vorresti, che non serve guardare e guardarsi, non serve comunicazione non verbale, non serve il corpo. Bastano 180 caratteri.

A volte è vero, Giulia mi ha mandato un SMS qualche ora fa e in poco più di trenta caratteri mi ha detto tutto. E io ho capito tutto, molto di più di quei trenta caratteri. Con Giulia, però, ci sono alle spalle tanti anni di Sarajevo insieme, dieci giorni incredibili dall’altra parte del mondo, una serata di autocoscienza che vale un anno di discorsi, e molto altro. E quindi poi bastano trenta caratteri per dir tutto e capirsi, perché con lei uso gli SMS, nessuna delle due ci si nasconde dietro.

Quando ci vediamo c’é di più, non di meno.

Anna, 11.XI.2008